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Il mito della produttività infinita e l’insegnamento dell’equilibrio

Immagine del redattore: Milena Schiavello
Milena Schiavello
25 ago
Tempo di lettura: 5 min

Viviamo in una società nella quale essere occupati è diventato quasi un segno di valore personale.

Alla domanda «Come stai?» rispondiamo spesso raccontando quanto abbiamo da fare. Agende piene, messaggi continui, impegni sovrapposti e giornate senza pause vengono interpretati come prove di efficienza, ambizione e successo.

«Sei occupato?» non è più soltanto una domanda sull’organizzazione della giornata. In molti casi è diventata una misura implicita dell’importanza di una persona.

Come se avere tempo fosse qualcosa di cui vergognarsi. Come se rallentare significasse essere meno motivati.Come se fermarsi equivalesse a perdere terreno.

Ma quanto a lungo possiamo vivere in uno stato di accelerazione continua?

La cultura dell’iperproduttività

La produttività è certamente una risorsa. Ci permette di realizzare progetti, prenderci cura delle nostre responsabilità e trasformare le intenzioni in azioni concrete.

Il problema nasce quando il fare non conosce più un limite.

La cultura dell’iperproduttività ci invita a utilizzare ogni minuto, ottimizzare ogni attività e trasformare persino il riposo in uno strumento per ottenere prestazioni migliori.

Non riposiamo più semplicemente perché ne abbiamo bisogno. Riposiamo (un riposo di qualità?) per tornare rapidamente produttivi.

Anche il tempo libero può diventare un altro spazio da riempire: bisogna allenarsi, leggere, migliorarsi, organizzare, imparare qualcosa di nuovo e rendere utile persino una passeggiata.

In questa visione della vita, non esiste quasi più un tempo che abbia valore in sé. Ogni momento deve condurre a un risultato.

A poco a poco, il nostro valore rischia di confondersi con ciò che riusciamo a fare.

E quando non produciamo abbastanza, possiamo sentirci in colpa, inadeguati o in ritardo rispetto agli altri.

Perché pretendiamo di vivere sempre in accelerazione?

L’accelerazione è diventata una condizione abituale.

Siamo continuamente raggiunti da notifiche, richieste, informazioni e stimoli. Anche quando il corpo è fermo, la mente può continuare a correre da un pensiero all’altro.

Spesso abbiamo paura che rallentare ci costringa a sentire ciò che il fare ci permette di evitare: la stanchezza, l’incertezza, la solitudine, l’insoddisfazione o la sensazione di non sapere quale direzione prendere.

Riempire ogni spazio può diventare un modo per non incontrare il silenzio.

C’è poi il confronto costante con gli altri. Attraverso i social vediamo risultati, traguardi, viaggi, successi e nuove attività, ma raramente vediamo la fatica, i dubbi e i tempi di recupero che si trovano dietro quelle immagini.

Nasce così l’impressione che tutti stiano avanzando più velocemente di noi.

Continuiamo allora ad aggiungere impegni, anche quando il corpo comincia a chiedere una pausa.

Quando il corpo presenta il conto

Il corpo possiede una saggezza che la mente orientata alla prestazione tende spesso a ignorare.

Prima di arrivare a una condizione di profondo esaurimento, possono comparire segnali apparentemente piccoli: tensione muscolare, difficoltà a dormire, irritabilità, stanchezza persistente, respiro superficiale, difficoltà di concentrazione o perdita di entusiasmo.

Non sempre questi segnali vengono ascoltati.

Possiamo interpretarli come ostacoli da superare oppure cercare di controllarli con un ulteriore sforzo.

Ci diciamo che dobbiamo resistere ancora un po’, organizzarci meglio o diventare più disciplinati.

Ma non tutto ciò che proviamo può essere risolto aumentando l’impegno.

Il burnout non è semplicemente una giornata di stanchezza. È una condizione complessa che richiede attenzione e, quando necessario, il sostegno di professionisti qualificati. La pratica dello yoga non sostituisce un percorso medico o psicologico, ma può aiutarci a riconoscere prima i segnali del corpo e a costruire un rapporto più equilibrato con il fare.

Il respiro ci insegna che non possiamo soltanto prendere

Ogni respiro contiene un insegnamento essenziale.

L’inspirazione accoglie.L’espirazione lascia andare.

Non possiamo inspirare continuamente.

Perché il respiro possa proseguire, ciò che è stato accolto deve essere restituito. Dopo l’espansione arriva il raccoglimento. Dopo lo sforzo arriva il rilascio.

La vita segue la stessa dinamica.

Esistono momenti per agire e momenti per attendere. Momenti per costruire e momenti per assimilare. Momenti nei quali rivolgersi verso l’esterno e altri nei quali tornare verso di sé.

La pratica dello yoga ci ricorda che l’equilibrio non nasce dall’immobilità, ma dalla capacità di passare consapevolmente da una fase all’altra.

Non significa eliminare l’azione. Significa evitare che l’azione occupi tutto lo spazio.

Anche la natura procede per cicli

La natura non vive in uno stato di produzione permanente.

Le stagioni si alternano. Il giorno lascia spazio alla notte. La terra attraversa periodi di fioritura e periodi di apparente immobilità.

L’inverno non è un fallimento della primavera. È il tempo nel quale la vita si raccoglie, conserva energia e prepara ciò che verrà.

Un terreno coltivato senza pause si impoverisce. Un muscolo sollecitato continuamente non diventa più forte: rischia di infiammarsi o lesionarsi. Anche la mente, quando non dispone di spazi di recupero, perde lucidità, creatività e capacità di scelta.

Eppure pretendiamo spesso da noi stessi qualcosa che non pretenderemmo da nessun organismo vivente: essere sempre attivi, disponibili, efficienti e pronti a ricominciare.

Riconoscere di essere parte della natura significa accettare di avere dei ritmi, dei limiti e delle fasi.

Il recupero non è tempo perso

Nella cultura dell’iperproduttività, il recupero viene percepito come un’interruzione del percorso.

Lo yoga propone una visione differente: il recupero è parte del percorso.

Dopo una posizione intensa, il corpo ha bisogno di ascoltare ciò che è accaduto. Dopo un movimento, esiste un momento di integrazione. Al termine della pratica, il rilassamento non è un’aggiunta facoltativa, ma lo spazio nel quale il sistema può assorbire l’esperienza.

Senza recupero, continuiamo ad accumulare stimoli senza integrarli.

Questo vale anche nella vita quotidiana.

Fermarsi permette di comprendere dove stiamo andando, riconoscere ciò che non è più sostenibile e distinguere ciò che desideriamo veramente dalle aspettative che abbiamo assorbito dall’esterno.

La pausa non annulla la crescita. La rende possibile.

Lo yoga non è un’altra prestazione

Anche lo yoga può essere coinvolto nella logica della produttività.

Possiamo iniziare a misurare i progressi, confrontare le posizioni, collezionare tecniche e trasformare la pratica in un altro compito da svolgere correttamente.

Ma lo yoga non ci chiede di diventare sempre più performanti.

Ci invita a essere presenti.

In una posizione, il punto non è raggiungere la forma più spettacolare, ma riconoscere ciò che sta accadendo: il respiro è libero oppure trattenuto? Il corpo sta lavorando oppure sta combattendo? Siamo presenti oppure stiamo cercando di dimostrare qualcosa?

Imparare a diminuire l’intensità, utilizzare un sostegno o uscire da una posizione può essere un atto di consapevolezza più profondo che resistere a ogni costo.

La pratica ci insegna che il limite non è necessariamente un nemico. Può diventare un luogo di ascolto.

Ritrovare un ritmo sostenibile

L’equilibrio non significa dividere perfettamente il tempo tra lavoro e riposo. Non significa nemmeno vivere senza impegni o rinunciare alle proprie aspirazioni.

Significa imparare a riconoscere quando stiamo agendo per scelta e quando, invece, siamo trascinati dall’automatismo.

Possiamo iniziare osservando alcuni momenti della giornata.

Riusciamo a concludere un’attività prima di iniziarne subito un’altra?Sappiamo mangiare senza guardare uno schermo?Possiamo concederci una passeggiata senza trasformarla in un obiettivo?Siamo capaci di riposare senza dover giustificare il nostro riposo?

Non servono necessariamente cambiamenti drastici.

A volte l’equilibrio comincia con un’espirazione più lunga, alcuni minuti di silenzio, una pratica più lenta o la decisione di non aggiungere un altro impegno alla giornata.

Essere, non soltanto fare

La produttività può descrivere ciò che facciamo, ma non può definire ciò che siamo.

Il nostro valore non aumenta quando riempiamo l’agenda e non diminuisce quando abbiamo bisogno di fermarci.

Lo yoga ci riporta a una dimensione più essenziale, nella quale non dobbiamo continuamente dimostrare la nostra utilità.

Sul tappetino possiamo incontrarci senza titoli, risultati o prestazioni. Possiamo ascoltare il corpo così com’è, respirare senza dover raggiungere una meta e concederci di esistere senza produrre qualcosa.

Forse il vero equilibrio non consiste nel riuscire a fare tutto.

Consiste nel riconoscere ciò che merita la nostra energia, rispettare i tempi di recupero e ricordare che anche la pausa fa parte del movimento.

Come nel respiro, la vita non può essere soltanto inspirazione.

Per accogliere qualcosa di nuovo, dobbiamo anche imparare a espirare, lasciare andare e creare spazio.

 
 
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