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I Guna: conoscere le qualità della mente attraverso lo yoga

Immagine del redattore: Milena Schiavello
Milena Schiavello
23 ott
Tempo di lettura: 3 min


Ci sono giorni in cui la mente è limpida: riusciamo ad ascoltare, a scegliere con calma e a essere presenti. Altri giorni i pensieri si rincorrono senza sosta, oppure ci sentiamo appesantiti, poco motivati, come avvolti da una nebbia.

La tradizione dello yoga ci offre una chiave per osservare questi cambiamenti: i tre Guna, Sattva, Rajas e Tamas.

Conoscerli può aiutarci a riconoscere ciò che accade dentro di noi e a comprendere di cosa abbiamo bisogno, anche quando saliamo sul tappetino.

Che cosa sono i Guna?

Nella filosofia del Sāṃkhya, strettamente legata allo yoga, i Guna sono le tre qualità fondamentali della natura, chiamata Prakriti. Partecipano a ogni sua manifestazione, compresa la mente.

La parola sanscrita guna può significare “qualità” e anche “filo”: possiamo immaginare Sattva, Rajas e Tamas come tre fili che si intrecciano continuamente, dando forma alla nostra esperienza.

Tutti e tre sono presenti in ciascuno di noi, in proporzioni che cambiano. Non descrivono personalità fisse: indicano tendenze che possiamo imparare a osservare.

Sattva: chiarezza, armonia e presenza

Sattva è la qualità della luminosità e dell’equilibrio. Quando prevale, la mente è più chiara e disponibile all’ascolto. Possiamo riconoscere ciò che proviamo senza esserne immediatamente trascinati e rispondere alle situazioni con maggiore consapevolezza.

È quella sensazione di presenza che talvolta emerge dopo una pratica: il corpo è più disteso, il respiro scorre e i pensieri occupano meno spazio.

Sattva non significa essere sempre felici o non avere difficoltà. Possiamo attraversare un momento doloroso mantenendo una certa lucidità e un atteggiamento gentile verso noi stessi.

Nella pratica, coltiviamo questa qualità attraverso un movimento consapevole, un respiro comodo e momenti di silenzio, rispettando le nostre possibilità.

Rajas: movimento, desiderio e agitazione

Rajas è la qualità dell’attività. Ci spinge ad agire, a intraprendere un progetto, a cercare un cambiamento. È la forza che mette in movimento.

Quando diventa predominante, però, possiamo sentirci irrequieti: passiamo da un pensiero all’altro, anticipiamo ciò che dobbiamo fare e facciamo fatica a fermarci. Anche il riposo può trasformarsi in qualcosa da “fare bene”.

Sul tappetino, Rajas può manifestarsi nel desiderio di raggiungere una posizione a tutti i costi, nel confronto con gli altri o nella difficoltà a restare nell’immobilità.

In questi momenti, può essere utile rallentare gradualmente, semplificare la pratica e riportare l’attenzione alle sensazioni del corpo. Il movimento trova così un ritmo che possiamo abitare senza sentirci continuamente spinti verso il passo successivo.

Tamas: inerzia, pesantezza e oscurità

Tamas è la qualità dell’inerzia e dell’opacità. Quando prevale nella mente, possiamo avvertire poca chiarezza, disinteresse o resistenza al cambiamento. Anche iniziare una piccola attività può sembrare faticoso.

Nella visione tradizionale, Tamas partecipa anche agli aspetti di stabilità e immobilità della natura. Quando però domina la nostra esperienza, può farci sentire bloccati.

Sul tappetino, potremmo accorgerci di eseguire i gesti automaticamente, con poca partecipazione. In questi casi, movimenti semplici e graduali possono aiutarci a risvegliare l’attenzione.

È importante ascoltare il contesto: una stanchezza reale merita riposo. I Guna sono una lente filosofica di osservazione, non una diagnosi con cui spiegare ogni sensazione.

Come riconoscere ciò di cui abbiamo bisogno?

Prima di iniziare la pratica, possiamo concederci un momento e domandarci:

  • La mia mente è agitata e piena di pensieri?

  • Mi sento appesantita, distante o poco partecipe?

  • Avverto chiarezza e disponibilità all’ascolto?

Non serve trovare una risposta perfetta. È sufficiente accorgersi della propria condizione e lasciare che questa osservazione orienti la pratica.

Se siamo molto agitati, possiamo partire da movimenti regolari e procedere gradualmente verso la quiete. Se ci sentiamo poco presenti, possiamo scegliere una pratica dolcemente attiva. Se avvertiamo equilibrio, possiamo approfondire l’ascolto senza cercare necessariamente qualcosa di più intenso.

La stessa pratica può avere effetti diversi in giornate diverse. Per questo lo yoga richiede attenzione alla persona e al momento che sta vivendo.

Un piccolo esercizio nella quotidianità

Siediti in una posizione comoda e senti i punti di appoggio del corpo. Lascia che il respiro mantenga il suo ritmo naturale.

Per qualche istante, osserva la qualità della mente: è veloce, pesante, limpida? Evita di correggerla subito.

Poi scegli un piccolo gesto coerente con ciò che hai riconosciuto: una pausa dagli stimoli, qualche movimento consapevole oppure un momento di riposo.

Questo semplice ascolto ci aiuta a interrompere l’automatismo e a scegliere con maggiore cura.

Osservare senza identificarsi

L’insegnamento dei Guna ci invita a riconoscere che la nostra esperienza cambia continuamente. Possiamo sentire agitazione senza definirci persone agitate; possiamo attraversare una fase di inerzia senza considerarla tutta la nostra identità.

Nella prospettiva classica dello yoga, coltivare Sattva rende la mente più adatta alla conoscenza e al discernimento. Il percorso invita poi a riconoscere anche queste qualità come mutevoli, senza aggrapparsi a esse.

La pratica comincia da un gesto semplice: accorgerci di come stiamo, con sincerità e senza giudizio. Da lì possiamo trovare un modo più consapevole di muoverci, respirare e vivere la giornata.

 
 
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